Consiglio Ordine Nazionale Dottori Agronomi e Dottori Forestali

Newsletter ODAF Piemonte e Valle d'Aosta - Numero 7 - Maggio 2017

 


Agricoltura e ambiente: sinergia o contrasto?

 

Si è tenuto, nei giorni scorsi un interessante “Forum dei temi agro-climatico-ambientali”, organizzato dalla Rete Rurale Nazionale, la sezione italiana del “Think tank” europeo nato per pensare alle politiche agricole europee del futuro. E proprio in ottica di prossima Politica Agricola Europea il Forum si è interrogato sull’efficacia delle politiche agro-climatico-ambientali, coinvolgendo parecchi attori: Mipaaf, Mattm Agea, Crea, Ismea, Ispra, mondo delle associazioni agricole e di quelle ambientaliste, Ordine dei Dottori Agronomi e Forestali, Regioni.

La questione non è di poco conto: i Programmi di Sviluppo Rurale (PSR) dei 28 Paesi UE destinano alle priorità climatiche e ambientali ben 78 miliardi di euro, pari ad oltre 50% dei 150 miliardi di euro programmati per i PSR in Europa: è una massa di denaro imponente, che viene spesa per garantire una maggior tutela dell’ambiente da parte dell’agricoltura: è logico chiedersi se questi soldi, (che sono soldi dei contribuenti europei) siano soldi ben spesi oppure no. In particolare l’Italia, che destina oltre il 40% delle risorse dei diversi PSR regionali a queste tematiche è il paese che, dopo la Francia, ha messo la maggior quantità di risorse sull’agroambiente. Le misure di finanziamento  che contribuiscono direttamente e maggiormente a questo obiettivo sono le cosiddette “misure a superficie”: M10 “Pagamenti agro-climatico-ambientali”, M11 “Agricoltura biologica”, M12 “Indennità per le aree Natura2000” e M13 “Indennità compensativa per le aree svantaggiate”.
Di queste, certamente la misura più importante, sia a livello europeo che nazionale, è la M10 (la misura che sostiene, in larga misura, l’agricoltura integrata e conservativa): è infatti seconda solo alla misura sugli investimenti aziendali in termini di risorse allocate: a livello UE infatti la M10 è una tra le misure più “ricche”, con quasi il 17% di dotazione finanziaria sull’intera spesa programmata. La M10 è seconda solo alla M4 «investimenti aziendali», che pesa per il 23% sul budget totale programmato dai PSR in UE.
Anche in Italia si riscontra la stessa situazione, con alcune Regioni che hanno dedicato a questa misura oltre 200 milioni di € (nell’ordine: Piemonte, Lombardia, Puglia, Sicilia, Campania); alcune regioni hanno dedicato anche importanti risorse alla M1 (Agricoltura biologica): Sicilia, Calabria e Puglia hanno dedicato al Biologico ben oltre i 200 milioni di € (la Sicilia in particolare oltre 400): ciò contribuisce a spiegare il “boom” del bio in Italia.

Stante questa situazione generale, e data la quantità di risorse impegnate, la UE si attende risultati ambientali rilevanti, che invece non sembra siano così evidenti, e da qui l’esigenza di analizzare la situazione sotto vari punti di vista per trovare soluzioni che determinino una maggior efficienza della spesa pubblica, e quindi un effettivo e misurabile miglioramento dell’ambiente.
Tra le proposte presentate, una di quelle che ha destato il maggior interesse è quella che prevederebbe il pagamento delle misure agro climatico ambientali in base ai risultati ambientali: si tratta di un approccio molto diverso rispetto a quanto fatto finora, in quanto fino ad oggi i pagamenti sono stati basati sulla gestione, e non sul risultato: l’azienda aderente viene infatti pagata in base al rispetto di un ben determinato disciplinare tecnico, senza alcuna verifica dell’effettivo miglioramento ambientale nell’applicazione di questo disciplinare. Visto che i dati Ispra faticano ad evidenziare, in modo generalizzato, un miglioramento ambientale a seguito dell’applicazione delle misure agro-climatico-ambientali, il pagamento in base al risultato ambientale sarebbe un modo per veicolare in maniera più corretta ed efficiente le imponenti risorse che i PSR destinano a questo tipo di azioni: tuttavia emerge subito la necessità di individuare degli indicatori ambientali atti ad evidenziare il miglioramento ambientale ottenuto a seguito dell’impegno dell’azienda: indicatori che devono essere semplici, immediati, accessibili anche all’agricoltore, che in proprio deve poter verificare la situazione in corso d’opera; il tutto partendo da una situazione ambientale iniziale che deve essere ben definita, per poter valutare i miglioramenti indotti dal comportamento dell’azienda agricola: ciò evidentemente non è affatto semplice, soprattutto per le zone ad agricoltura più intensiva (mentre è decisamente più facile in aree pascolive o ad agricoltura estensiva). Inoltre, molto spesso, è difficile separare l’impatto di una singola azienda da quello delle aziende circostanti, per cui probabilmente sarebbe più utile immaginare un impegno collettivo, a livello di comprensorio, o di bacino, più facile da misurare, rispetto ad un impegno singolo.
In ogni caso il pagamento basato sui risultati richiede maggior preparazione da parte delle aziende, e quindi maggior consulenza da parte di tecnici preparati, in quanto questa modalità applicativa non prevede disciplinari tecnici, ma libertà totale nella scelta delle tecniche agronomiche, salvo poi verificare a posteriori la bontà delle scelte fatte.

Altro aspetto da verificare è legato al pagamento del premio: molto spesso i miglioramenti ambientali non sono misurabili in un arco di tempo annuale, ma solo poliennale: ciò comporterebbe che il premio venisse pagato solo dopo alcuni anni (anche 5) di impegno, con il rischio di veder sfumare il premio dopo 5 anni di impegno ambientale nel caso in cui i miglioramenti ambientali non fossero verificati.Sicuramente è un approccio che va ancora studiato e messo a punto nei suoi vari aspetti (modalità attuative, indicatori da prendere in considerazione, tempistiche, modalità di controllo, eventuale sistema “modulato” per impegni e premi…). Serve anche della sperimentazione, in questi anni, per poter affrontare il prossimo PSR con conoscenze più approfondite per poter valutare ed applicare modifiche di questo tipo.

Fabio Fracchia

 



La centralità dell'agricoltura per lo sviluppo della montagna

 

"La centralità dell'agricoltura per lo sviluppo della montagna" è il titolo del convegno organizzato dall’Uncem Piemonte venerdì 27 aprile 2017 a Torino. L’Uncem ha invitato rappresentanti istituzionali, operatori e organizzazioni sindacali agricole. Nella prima parte del convegno ci sono state le relazioni di esperti del DISAFA - Università di Torino, Centro regionale di Castanicoltura, e di vari operatori che hanno saputo valorizzare le loro competenze in settori come la zootecnia e tutta la filiera zootecnica-casearia, la corilicoltura, la coltivazione del luppolo per le birre artigianali piemontesi e la coltivazione delle erbe officinali. Sono seguiti gli interventi dei rappresentanti istituzionali, Elena di Bella, Dirigente Servizio sviluppo montano, rurale e valorizzazione produzioni tipiche della Città Metropolitana, Giorgio Ferrero, Assessore regionale all’Agricoltura, Enrico Borghi, deputato, presidente nazionale Uncem, Andrea Olivero, viceministro alle politiche agricole alimentari e forestali, Alberto Valmaggia, Assessore regionale allo sviluppo della montagna. Nel pomeriggio si è svolta una tavola rotonda a cui hanno partecipato i presidenti della Coldiretti Piemonte, dalla Confcooperative, della Cia Torino, il direttore della Confagricoltura Piemonte e di Assoleader.
Ha svolto il ruolo di moderatore Marco Bussone, vicepresidente Sviluppo, progetti e cooperazione dell’Uncem. Il Convegno è terminato con i saluti e i ringraziamenti di Luigi Riba presidente dell’Uncem Piemonte.

Durante il Convegno si è parlato di cooperazione, imprenditorialità e innovazione, concetti fondamentali da non dimenticare per evitare una sempre maggiore marginalità e abbandono dei territori montani. Per mantenere il radicamento nel territorio servono servizi per gli abitanti (ambulatori, scuole, sicurezza, una rete efficiente di strade e di servizi pubblici), occorre cooperare fra agenti diversi, fra le istituzioni e con le istituzioni. Le tante piccole imprese devono essere aiutate e a loro volta devono adattarsi al cambiamento. L’ente pubblico può favorire l’imprenditorialità, ad esempio, favorendo la nascita di caseifici sociali o cantine, di mulini per la produzione di farina, macelli, ecc. Occorre trovare quindi strumenti e incentivi per favorire nuovi modelli di attività economica basati sulla creazione di un valore condiviso che è oggi posto al centro delle grandi imprese, al fine di valorizzare il prodotto di montagna. Oltre alla riorganizzazione delle imprese, talvolta sono necessarie una ristrutturazione o innovazione di processo e una riconversione o innovazione di prodotto, ma anche una innovazione sociale per rispondere alla specificità del territorio montano, caratterizzato da marginalità, disoccupazione, assenza di servizi, spopolamento e abbandono.
Nei prodotti e nei servizi offerti dall’agricoltura, dall’allevamento e dalla selvicoltura non c’è solo il valore intrinseco dei beni, ma anche un bene comune fatto di tutela ambientale, di lotta contro il dissesto, di difesa della salute e, più in generale, di qualità della vita e di valorizzazione della persona. Come dice un vecchio detto dei montanari: “dalla salute della montagna dipende la salute della pianura”.

Ecco l’importanza del ruolo del professionista: se si vuole innovare servono persone preparate che siano di ausilio alle istituzioni e ai privati. Le conoscenze unite alle competenze possono essere l’arma migliore per creare sviluppo e ricchezza. Non pensate al professionista dottore agronomo e forestale solo per la gestione dei pascoli o del bosco: infatti ciò che caratterizza la nostra figura professionale è la multidisciplinarietà delle conoscenze, la capacità di coniugare il biotico con l’abiotico, la scienza con la tecnica, l’economia con l’estimo, l’econometria con il marketing.
Oltre a progettare briglie si deve pensare ad una corretta gestione del bosco per la riduzione dei tempi di corrivazione, per la progettazione di una stalla serve conoscere i fabbisogni e il benessere animale, per la progettazione di una cantina o di un caseificio serve conoscere il flusso di lavorazione. Se si deve valutare terreni e fabbricati, posso rivolgermi al dottore agronomo che è competente in Estimo: la materia “Geopedologia, Economia ed Estimo” continua ad essere insegnata dai nostri laureati nel corso CAT (Costruzioni, ambiente e territorio – ex geometri). Ricordo ancora che la laurea in scienze agrarie o forestali permette di insegnare Genio rurale (Costruzioni, topografia e meccanica) negli Istituti tecnici agrari. Se si deve fare un bilancio si devono conoscere le produzioni, i costi e le imposte gravanti sulle imprese agricole. Se si deve valutare un bosco si devono conoscere le forme di governo e di trattamento e l’età del massimo tornaconto, così se se si deve valutare un pascolo bisogna conoscere la sua produttività e composizione floristica. Insomma se devo innovare c’è bisogno di professionisti preparati, riconosciuti dalla legge, e in costante aggiornamento.
Per un prossimo convegno, sarebbe importante invitare anche le banche, perché il credito è basilare in agricoltura e gli agricoltori, di pianura o di montagna che siano, pagano, sono solvibili e rispettano gli impegni.

Dino Franchi

 


 

La centralità dell'agricoltura per lo sviluppo della montagna:
sintesi degli argomenti trattati dai relatori

 
Riportiamo di seguito una breve sintesi degli argomenti trattati durnateil convegno "La centralità dell'agricoltura per lo sviluppo della montagna" organizzato dall’Uncem Piemonte già trattato nella notizia precedente.

La zootecnia deve tornare ad essere stanziale in montagna e va sostenuta dagli enti locali; la filiera zootecnica-casearia è altrettanto importante perché c’è sempre maggiore interesse verso i prodotti locali tipici dei luoghi di produzione (Guido Tallone, tecnico caseario, istituto lattiero caseario di Moretta e Roberto Colombero, veterinario e presidente Unione Montana Valle Maira).

La castanicoltura rappresenta una risorsa per la montagna: è necessario, però, ammodernare le tecniche di gestione, sviluppare la cooperazione e creare nuovi prodotti, come previsto dal PSR con finanziamenti per nuovi impianti di Castagno. Ci sono aree dove bisogna recuperare il legname e altre dove è necessario valorizzare varietà diverse di frutto, come il marrone per la pasticceria oppure la castagna per la produzione di farina. La castagna oggi non è più il pane dei poveri (si pensi che la farina di castagno viene venduta a € 3,90/etto), e il Castagno è un albero simbolo del territorio come l’Ulivo. Il bosco di castagno è, inoltre, l’unico dove si può tranquillamente sostare ed è quindi una risorsa anche per il turismo, ma deve essere mantenuto pulito. Oggi ci sono vaste aree da recuperare (Giorgio Ferraris, presidente Unione Montana Val Tanaro).
Si è parlato della coltivazione del luppolo per la produzione della birra artigianale, al fine di ridurre l’importazione dalla Germania o dalla Repubblica Ceca. La birra è la bevanda più diffusa nel mondo, dopo il Tè, le bibite gassate e il latte. In Italia, il consumo pro-capite è di 30,8 litri mentre il consumo di vino è 36 litri pro-capite (Teo Musso e Alessandro Ferrario, Birrificio Baladin).
Grande attenzione è stata riservata anche al Nocciolo come opportunità per le aree collinari e montane (Maria Corte - Fondazione per la ricerca e l’innovazione dell’agricoltura piemontese) e alla coltivazione delle erbe officinali. La signora Vittoria Prina del Consorzio Erba Bona, ha evidenziato come la collaborazione con un tecnico, per la coltivazione e la gestione dell’impianto, e con un farmacista, per le formulazioni e le tisane, siano carte vincenti, ma è necessario cooperare e soprattutto farsi conoscere.

Non si è invece parlato di viticoltura e produzione di vino, che sicuramente svolgono un ruolo trainante di certe zone collinari. La cultura del vino è anche turismo; i vigneti, i produttori e le cantine sociali sono fonti di reddito e contribuiscono a mantenere la popolazione in montagna; è un modo di valorizzare i territori collinari  e montani di alcuni luoghi più o meno vocati ed è un’agricoltura eroica che spesso non remunera le ore di lavoro e la fatica effettivamente prestate ed è per questo che l’Ente pubblico deve intervenire a sostegno di chi abita e lavora in montagna.

Alla fine della mattinata sono intervenuti Dirigenti e assessori regionali e il deputato Enrico Borghi, presidente nazionale dell’Uncem. Nelle righe che seguono ho cercato di sintetizzare i loro interventi e chiedo scusa anticipatamente se ho dimenticato qualcuno o qualcosa.

Elena di Bella, Dirigente Servizio sviluppo montano, rurale e valorizzazione produzioni tipiche della Città Metropolitana, ha fatto notare che dal 2000 al 2010 è calato il numero delle aziende agricole, ma è aumentata la SAU ed è aumentata la popolazione in collina. Il 15% delle aziende è Bio e quasi 1/3 della produzione di frutta è venduta a Torino. Il flusso economico più rilevante sono però le rimesse dei pendolari, redditi fondamentali per mantenere la vitalità in montagna.  Ha ricordato il ruolo multifunzionale dell’agricoltura che non dà solo servizi (didattici e turistici), ma esercita una funzione primaria per protezione contro il dissesto idrogeologico; l’agricoltura di montagna, ha sottolineato - ha bisogno dell’accesso alla terra, data la grande polverizzazione e frammentazione della proprietà fondiaria.

Giorgio Ferrero, Assessore regionale all’Agricoltura: per la prima volta sono state assegnate nel PSR maggiori risorse per la montagna, ma ha ribadito che, se le produzioni montane non vengono valorizzate e vengono messe insieme alle produzioni di pianura, dati i costi molto diversi sono destinate a finire. Il prodotto di montagna è unico e anche il latte è diverso: non ci sono gli insilati e viene quindi valorizzato dalle erbe dei pascoli. Le aree di montagna tendono ad essere sempre più deboli, serve una “Cultura del prodotto” in particolare per la zootecnia, per i formaggi, per i piccoli frutti e per la castagna. C’è bisogno di progettualità e non solo di marketing, e bisogna creare disciplinari molto semplici nell’alimentazione del bestiame.

Enrico Borghi, deputato, presidente nazionale Uncem: ha rilevato come politici stiano vivendo in un universo parallelo, senza avere consapevolezza di che cosa succede: in Italia nel 2016 sono state create più di 10.000 aziende under 40. L’agricoltura di montagna è stata percepita come un’attività di nicchia, bisogna fare un salto di qualità perché il mondo avanza, bisogna costruire nuovi modelli di sviluppo italiano, basati sulla sostenibilità e tutela ambientale, occorre sperimentare la via italiana alla Green economy valorizzando la tutela del patrimonio naturale. Legge sui Parchi, collegato ambientale e legge sui piccoli Comuni programmeranno lo sviluppo sostenibile dei nostri territori per i prossimi anni. Dobbiamo capire che il ruolo degli Enti locali non è più quello di andare a piangere in Regione, bisogna progettare, bisogna creare innovazione ecco il “Governo del nuovo processo”, dai Comuni alle Regioni. Ci sarà un decreto che trasformerà la gestione forestale italiana per una utilizzazione produttiva migliore e più competitiva.

Andrea Olivero, viceministro alle politiche agricole alimentari e forestali.
Il settore montano non è mai stato strategico: la specificità e la riconoscibilità del prodotto di montagna sono basilari, quest’ultimo non può essere paragonato a quello di pianura con il quale non può essere competitivo. Ci sarà un decreto proprio per “il prodotto di montagna” con dei disciplinari come quelli indicati nell’IGP tipo il Parmigiano reggiano, è importante sapere se i formaggi sono figli del pascolo o delle pianure. Il finanziamento pubblico ci deve essere, non c’è Paese al mondo che non finanzi l’agricoltura, il maggior costo deve essere compensato con dei costi sostenibili dalla collettività. Non ci saranno finanziamenti a pioggia ma si cercherà di finanziare “chi più dà” al mantenimento delle terre contro il dissesto idrogeologico e la difesa della biodiversità. Se c’è spopolamento le aree perdono le loro caratteristiche, è necessaria un’agricoltura sociale con l’accorpamento delle filiere per valorizzare quegli allevamenti di piccole e medie dimensioni.

Alberto Valmaggia, Assessore regionale allo sviluppo della montagna.
La Regione contro l’abbandono, ha ricordato le numerose leggi a favore della montagna:

  • Legge 2/2015: multifunzionalità e ospitalità familiare;
  • Legge 3/2015: semplificazione
  • Legge 21/2016: associazioni fondiarie
    La montagna soffre molto le forme di patologia fondiaria rappresentate dalla frammentizzazione e polverizzazione della proprietà, il Comune può prendere in prestito i terreni silenti e creare una base aziendale impostando un piano di attività agricola. La finalità delle legge è quella di promuovere l’accorpamento gestionale dei terreni abbandonati senza ledere la proprietà, se poi il proprietario di un appezzamento silente ritorna dall’America si troverà un terreno migliore. Il terreno va conferito per almeno 9 anni e vengono concessi contributi a chi si impegna a metterlo a disposizione, dovranno essere predisposti Piani di gestione.
  • Misure del PSR 13.1: indennità compensative (sono pervenute 7580 domande)
  • Misura 4.3.2: rispristino di strade e acquedotti rurali.


Sono seguiti infine l’intervento di Alessandro Durando, presidente Confcooperative Cuneo, che ha parlato dei nuovi sistemi di impresa, ossia le cooperative di comunità, e l’intervento di Silvio Barbero, presidente del Comitato tecnico scientifico Fondazione agroalimentare Piemonte, che ha ribadito l’importanza del territorio di montagna come presidio e tutela della biodiversità, ricordando come le pratiche antiche e manuali rischiano di perdersi in un mondo in cui lo sviluppo tecnologico potrebbe portare fra 5 o 6 anni a più di 80 milioni di disoccupati.

Dopo i vari interventi è seguita una tavola rotonda nella quale i vari rappresentanti sindacali hanno riportato le loro opinioni sullo sviluppo della montagna.

  
Dino Franchi

 


 

Prossimi eventi

 

05/05/2017 - Forum Nazionale delle Foreste. "Tutela e valorizzazione del patrimonio forestale italiano"
Cuneo, Centro Incontri della Provincia, sala Falco, c.so Dante Alighieri, 41 - Ore 14:00 (registrazione) - 17:30. Evento organizzato da ReteRuraleNazionale. Per informazioni e richieste di accreditamento, si prega di inviare una mail alla segreteria organizzativa
foreste.rrn@crea.gov.it

05/05/2017 - "L’allevamento ovicaprino: un’opportunità per giovani imprenditori agricoli e per i territori marginali piemontesi"
Aula Magna Istituto Agrario Giovanni Penna, Loc. Viatosto 54 - Asti. Ore 09:00 - 12:00. Evento promosso da ODAF Asti. Per info 3470160651 Claudia Costa

10/05/2017 - "Francis Hallé - Alle sorgenti dell'architettura arborea"
Santena - Parco Cavour. Ore 08:00 - 17:00. L’incontro con Francis Hallé - nel corso del seminario sono previste 3 lectio magistralis - rappresenta l’evento inaugurale di un ciclo di contributi e conferenze che intende portare le più grandi personalità dell’arboricoltura internazionale ad esprimersi all’interno della splendida cornice del Parco Cavour a Santena. Dettagli, programma, costi e modalità di iscrizione.

12/05/2017 - Convegno di Federazione "Pianificazione e Paesaggio agroforestale. Le novità del PPR e approcci di analisi territoriale"
Aula C del Dipartimento DISAFA di Grugliasco. Ore 09:00 (registrazione) - 13:30.


15/05/2017 - Convegno "Pianificazione, Programmazione e Progettazione delle misure per il contrasto del rischio idrogeologico"
Torino, Centro Congressi dell’Unione Industriale, Sala Agnelli. Ore 08:30 (registrazione), 09:30 - 13:30 (lavori congressuali). Evento gratuito organizzato dalla Regione Piemonte in collaborazione con Collegio Geometri, Ordine Geologi, Ordine Ingegneri, Federazione Dottori Agronomi e Forestali.

Trasformazione del bosco e "non bosco": incontri informativi in Piemonte
- Cuneo, 24 maggio - Ore 10 - 13:30, Sala conferenze Centro Congressi, Corso Dante 41
- Novara, 31 maggio - Ore 10 - 13:30, Sala conferenze Fondazione Faraggiana, Via Bescapè 12
- Torino, giugno. Dettagli da definire.



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