Consiglio Ordine Nazionale Dottori Agronomi e Dottori Forestali

Newsletter ODAF Piemonte e Valle d'Aosta - Numero 9 - Luglio 2017

 

 

XVI Congresso nazionale dottori agronomi e dottori forestali

 
Il Congresso, che si è articolato in forum tematici e in sedi diverse, prosegue lungo la traccia già seguita negli anni scorsi: in occasione di ogni appuntamento nazionale si è sviluppato un tema specifico confrontandosi direttamente con gli iscritti, il mondo accademico, le Istituzioni, le varie forme associative del mondo ambientalista e non, gli imprenditori e i consumatori, nel tentativo di stabilire un linguaggio comune e verificare le tendenze evolutive della professione.
Il forum 1 aveva come tema “Suolo, biodiversità e paesaggio: capitale naturale per un governo del territorio sostenibile e duraturo”. Ma che cos’è il Capitale Naturale? Quanto vale? Quanto dura? Chi lo ha utilizzato? Quanto lo abbiamo trasformato? Quanto ne rimane? Si riproduce? Quali sono le sue componenti? Sono solo alcune domande poste all’inizio del convegno per capire che esso è lo strumento attraverso il quale si applica e si misura lo sviluppo sostenibile.
I lavori sono stati aperti da Donatella Porzi, Presidente dell’Assemblea Legislativa della Regione Umbria e dal moderatore Antonio Brunori, nella sua duplice veste di giornalista e dottore forestale.
Si sono quindi susseguiti vari interventi, che hanno avuto come comune denominatore il citato concetto di Capitale Naturale, sviluppato nelle sue varie implicazioni, economiche, ecologiche, paesaggistiche, anche a seguito della stesura del primo rapporto sullo Stato del Capitale Naturale in Italia, previsto dalla L. 221/2015. Alcuni relatori, infatti, hanno partecipato direttamente ai lavori del Comitato per il Capitale Naturale per la redazione del rapporto che raccoglie le informazioni inerenti lo stato di conservazione di acqua, suolo, aria, biodiversità ed ecosistemi al fine di sperimentare un modello di valutazione economica dello stesso.
Altri temi fondamentali sono emersi: ad esempio, come riuscire a dare un giusto valore economico alla natura, sulla traccia degli assunti discussi dalla Conferenza di Rio + 20 del 2012 per la capitalizzazione del capitale naturale e dall’Agenda 2030, con i suoi diciassette obiettivi di sviluppo sostenibile.
Nella relazione di Carlo Blasi è stata focalizzata la tematica del pagamento dei servizi ecosistemici agli agricoltori e si è trattato delle zone interne e periferiche, dove occorre fare emergere un’agricoltura multifunzionale. I Pagamenti per i Servizi Ecosistemici (PES) rappresentano una innovativa e concreta opportunità per favorire uno sviluppo sostenibile e anche un sostegno a forme di coltivazione affiancate alla gestione delle risorse paesaggistiche e ambientali. Essi sono stati per la prima volta inseriti a livello istituzionale nel cosiddetto “Collegato ambientale” alla L. 221/2015.
Altri interventi dei relatori (Mauro Tiberi, Giuseppe Corti) si sono incentrati sul tema del suolo indagato nelle sue componenti pedologiche e sulle ancora scarse conoscenze dell’azione di assorbimento dei suoli nei confronti della CO2. In sei mesi è emerso che, in piena crisi economica, sono stati ancora consumati circa 50 chilometri quadrati di suolo in Italia (dati ISPRA) mentre, a causa del cambiamento climatico in atto, l’Italia soffre di una grave e perdurante carenza idrica che incide pesantemente sull’ambiente e innesca gravi fenomeni di dissesto idrogeologico, accelerando l’erosione del suolo con conseguente perdita della sua struttura originaria più fertile e desertificazione di intere porzioni di territori. Si è sottolineato ancora che, mentre alcune tematiche vengono facilmente comprese dalla popolazione, altre, quali la biodiversità, sono di difficile comunicazione, come sottolineato da Gianluca Cipollaro.
Alfredo Visentini ha introdotto il tema del paesaggio rurale, inteso secondo l’accezione fondamentale di Emilio Sereni (1961) “…quella forma che l’uomo, nel corso dei secoli ed ai fini delle sue attività produttive agricole, coscientemente e sistematicamente imprime al paesaggio naturale…” e ha illustrato come, nel Piano paesaggistico regionale piemontese, esso sia trasversale alle altre tematiche e particolarmente studiato nei suoi diversi aspetti. Infatti in Piemonte esso è stato indagato nelle sue componenti storico-culturali, percettive e più squisitamente naturali, determinando la presenza di molteplici paesaggi rurali degni di conservazione e patrimonio dell’identità paesaggistica regionale. Ha anche posto l’accento sul fenomeno della trasformazione dei paesaggi, presentando una rapida sequenza di esempi tratti da diverse località del paesaggio rurale piemontese.
Marco Devecchi ha tratteggiato l’evoluzione normativa subita dal paesaggio negli anni, a partire dalla Convenzione europea del paesaggio sino alle ultime dichiarazioni di notevole interesse pubblico emanate dalla Regione Piemonte, esempi virtuosi per la condivisione che ha caratterizzato a tutti i livelli l’iter del procedimento amministrativo.
Il forum si è concluso con gli interventi di Antonio Nicoletti, che ha richiamato l’attenzione sul consumo di suolo e sulle petizioni lanciate dal mondo ambientalista sull’argomento, e di Diego Zurli, che ha accennato ad alcuni esempi tratti dalle ultime esperienze di pianificazione, domandandosi se l’urbanistica rappresenti ancora una corretta scienza per affrontare tutte le complesse tematiche ambientali emerse in questi anni.

  
Alfredo Visentini

 



Siccità e parole

 

In questi giorni di grande caldo e di siccità, come di consueto si sprecano i servizi televisivi che mostrano i fiumi quasi asciutti, le campagne arse dal sole, le statistiche del sindacato giallo che spara cifre inimmaginabili e non verificabili sul danno economico patito dagli agricoltori.
Poco si dice invece su cosa occorre fare: non si può pensare di piangere e disperarsi ogni volta che piove troppo, o troppo poco, sperando in un, ormai impossibile, intervento del Governo.
Posto che i cambiamenti climatici siano in atto (non è ancora del tutto chiaro quanto grande sia la responsabilità dell’uomo e quanto sia dipendente da fattori naturali, se è vero, come è vero, che i Vichinghi attorno all’anno 1000 coltivavano a cereali e foraggi la Groenlandia, ora coperta di ghiacci, ma allora piuttosto verdeggiante, ma è chiaro che gli andamenti climatici stanno cambiando), dovrebbe essere più produttivo adattare le tecniche colturali al clima, piuttosto che lamentarsi e chiedere continuamente aiuti, rimborsi e sovvenzioni ad uno Stato che chiaramente non è più in grado di darne.
Cosa si fa, in realtà, per prevenire il problema? Troppo spesso si parla di prevenzione, ma con altrettanta frequenza gli interventi vengono fatti solo a disastro avvenuto, lavorando dell’emergenza.
Diverse cose si potrebbero fare, da parte dei diversi attori (pubbliche amministrazioni, consorzi irrigui, agricoltori…). L’agricoltura ha bisogno di acqua, ne ha sempre avuto bisogno e in futuro ancora di più: se uno dei compiti è sfamare una popolazione mondiale in aumento, occorre pensare seriamente ad aumentare le rese, non potendo aumentare la superficie coltivata. Il settore agricolo è spesso accusato di “sprecare” l’acqua: in realtà contribuisce al ciclo dell’acqua e rimette in circolo oltre il 70% dell’acqua che utilizza (mantenendo le falde sotterranee, tra l’altro): il resto viene utilizzato dalla pianta ed entra a far parte del prodotto che consumiamo: dire che è “sprecato” sembra fuori luogo.
Cionondimeno occorre razionalizzarne l’uso. A cominciare dal trattenere l’acqua quando c’è. Una seria politica degli invasi si scontra sempre con la sindrome Nimby di molta parte della popolazione, per cui se qualcuno propone di fare uno sbarramento per creare un accumulo d’acqua viene già visto male, se parla di “diga” si trova immediatamente di fronte un comitato per il no che paventa il disastro del Vajont riuscendo a bloccare qualsiasi iniziativa. Anche gli accumuli più piccoli si scontrano comunque con procedure burocratiche ed autorizzative a dir poco borboniche, che richiedono normalmente più tempo per l’ottenimento dell’autorizzazione che per la realizzazione vera e propria. Tuttavia non possiamo prescindere dal trattenere l’acqua quando cade dal cielo, se la vogliamo quando viene l’estate, soprattutto in una fase climatica caratterizzata da eventi piovosi violenti e molto abbondanti, a cui seguono lunghi periodi di siccità. Accumulare acqua nel periodo invernale è uno dei pochi metodi per utilizzarla d’estate, nei periodi siccitosi. È anche uno dei pochi modi per evitare che finisca tutta, di colpo, addosso a qualche città.
Ma non è l’unico intervento urgente per razionalizzare l’uso dell’acqua: dal momento che buona parte dell’irrigazione è governata da Consorzi Irrigui, occorre che questi si facciano parte attiva nella riduzione degli sprechi: la stragrande maggioranza dei canali è ancora in terra, dove le perdite di acqua per percolazione lungo chilometri e chilometri di canali è elevatissima: ci scandalizziamo (giustamente) per le reti acquedottistiche delle città che sono dei colabrodo, ma anche l’acqua irrigua, seppur meno preziosa di quella potabile, non va sprecata: qui occorre un intervento dello Stato per contribuire alla spesa, enorme, legata al rivestimento dei canali o alla loro trasformazione in condotte tubate, per fare in  modo che ogni litro d’acqua che parte arrivi realmente al campo ed alla coltura.
I Consorzi Irrigui potrebbero poi intervenire razionalizzando l’irrigazione mediante l’utilizzo dell’informatica: ci sono, e sono ormai evoluti, sistemi esperti che calcolano, sulla base della pioggia caduta, del tipo di terreno e di coltura, il fabbisogno di acqua della pianta, in termini di quantità e di tempo (quando irrigare): in questo modo si riuscirebbe ad evitare irrigazioni troppo scarse o troppo abbondanti, o momenti non corretti, razionalizzando al tempo stesso l’uso dell’acqua e la produttività della coltura: peccato che sono ancora troppo poco utilizzati.
Infine, una parte spetta anche agli agricoltori: è inevitabile che, in questa situazione di scarsità di acqua, l’irrigazione a scorrimento venga messa maggiormente sul banco degli imputati: il consumo di questa forma di irrigazione mal si concilia con tutti i tentativi di razionalizzazione della risorsa.  Occorre quindi che le aziende agricole imparino ad abbandonare l’irrigazione a scorrimento per guardare a forme di irrigazione più efficienti (a pioggia, a manichetta ecc.). In alcuni casi sarà possibile l’installazione di un pivot, mentre in altri il classico “rotolone” sopperirà a tutte le esigenze. L’irrigazione a manichetta, di origine israeliana, sta mostrando evidenti successi in gran parte delle situazioni, con il più il vantaggio di poter razionalizzare anche la fertilizzazione, che diventa fertirrigazione la quale, seguendo meglio lo sviluppo della pianta, può permettere un risparmio economico accanto ad una maggior tutela dell’ambiente.
Diversi interventi sono possibili, per operare secondo criteri di prevenzione del problema, e non di sola emergenza, come purtroppo siamo troppo abituati a fare. Occorre un approccio più scientifico, pragmatico e meno populista: trattenere l’acqua quando cade dal cielo è assolutamente prioritario, ma poi bisogna usarla bene, evitando soprattutto di sostenere che l’agricoltura “spreca” l’acqua, evitando soluzioni tese a ridurre la superficie irrigabile, ma anzi incentivando l’incremento delle superfici irrigate, purché con sistemi che siano molto più efficienti; d’altra parte l’esempio israeliano è illuminante: in condizioni di forte scarsità d’acqua non si è scelto di non irrigare, ma di irrigare, valorizzando ogni singola goccia.

Fabio Fracchia

 



CETA: Il diavolo non è così brutto come (alcuni) lo dipingono

 

Si chiama Comprehensive Economic and Trade Agreement, ma da noi è conosciuto con l’acronimo CETA, ed è l’accordo commerciale approvato dal Parlamento Europeo che riguarda il commercio dei prodotti fra l'Unione Europea e il Canada contro cui si stanno scagliando alcune organizzazioni agricole, di consumatori ed ambientaliste.
Tecnicamente si tratta di un accordo a 360 gradi, che riguarda tutti i settori economici, tra queste due grandi aree commerciali, per rilanciare il commercio e rafforzare le relazioni economiche. Riguarda tutti i settori, ma le proteste riguardano soltanto il settore agroalimentare, con Coldiretti e Slow Food che gridano al complotto pluto giudaico massonico che vuole affamare la povera gente a favore delle grandi multinazionali, facendo perdere tipicità ai nostri prodotti alimentari ed omologandone il gusto.
In realtà l’accordo abolisce il 99% dei dazi doganali tra le due aree commerciali, favorendo gli scambi, e visto che l’Italia esporta per 800 milioni di euro ed importa dal Canada per 30 milioni, si suppone che ne abbia più da guadagnare il nostro paese (che grazie a questo accordo risparmia milioni in dazi doganali per esportare i nostri prodotti).
Peraltro, l'accordo permetterà alle imprese italiane di espandere il made in Italy e rafforzare la propria presenza in Canada con uno storico riconoscimento della tutela delle produzioni di qualità da parte di un paese terzo: l’accordo infatti riconosce 172 Dop e Igp, delle quali 41 sono italiane (e rappresentato il 98% dei nostri prodotti di qualità esportati in Canada).
E allora come si spiega l’opposizione e la discesa in piazza di Coldiretti, Slow Food, CGIL, Federconsumatori ecc.? Secondo gli oppositori il CETA ucciderebbe, tra l’altro, il grano duro italiano con il crollo dei prezzi favorito dall’azzeramento strutturale i dazi per l’importazione dal Canada: probabilmente non sanno (o forse non dicono) che sono 10 anni che il grano Canadese arriva in Italia senza dazi, in quanto il prezzo è superiore a quello del mercano nazionale, e arriva perché ha una qualità molitoria superiore a quello nostrano e soprattutto perché non ne produciamo a sufficienza per il nostro fabbisogno.
Si chiama commercio: tutte le civiltà che si sono sviluppate, a partire dai Fenici, lo hanno fatto anche, o soprattutto, grazie agli scambi commerciali con i paesi limitrofi: non sono cresciute nell’autarchia!
Questo accordo non è certo perfetto, si può migliorare, probabilmente si poteva forse fare di più, però l’alternativa (di questo e di altri accordi analoghi, come quello con il Giappone o il TTIP) è proprio l’autarchia: forse è proprio questa la motivazione profonda delle associazioni che sono scese in piazza: preferire la produzione nazionale e non importare prodotti.
Ora, pur riconoscendo il valore e l’importanza della produzione agricola italiana, non si possono negare due fondamentali aspetti: intanto che non abbiamo una superficie tale che ci consenta di autoprodurre tutte le derrate agricole che si trasformano nei nostri pregiati prodotti: non abbiamo abbastanza mais per produrre mangimi per gli animali, non abbiamo abbastanza grano per fare la nostra pregiata pasta, e così via, e quindi dobbiamo per forza importare derrate dall’estero (che poi sappiamo trasformare in Costata di Chianina o in Prosciutto di Parma o in Parmigiano Reggiano “italiani”); e poi potrebbe diventare pericoloso per le nostre esportazioni continuare con la storiella del “chilometro zero”: se questa filosofia dovesse dilagare e se il Presidente Trump, che è stato eletto sulle ali dello slogan “America first”, applicasse la filosofia del Km zero anche negli USA, dovremmo rivedere i nostri conti e soprattutto le nostre aspettative sull’incremento delle esportazioni: per un paese come l’Italia che è esportatore netto promuovere una politica del Km zero è abbastanza suicida: dobbiamo esportare, perché la qualità dei nostri prodotti è giustamente conosciuta e ricercata all’estero, dobbiamo stipulare accordi commerciali che favoriscano le nostre esportazioni, abbassando i dazi, aumentando le quantità: è una delle poche risorse che abbiamo per far crescere la nostra economia.
È ovvio, anche se da noi forse non tanto, che un qualsiasi accordo prevede un dare ed un avere: non possiamo pensare di fare un accordo in cui noi esportiamo ma non importiamo: è la storia per cui le norme valgono solo per gli altri che ritorna, anche nelle istanze di Coldiretti & Co.: noi dobbiamo esportare, però poi siamo per il Km zero e quindi non vogliamo i prodotti stranieri: forse sarebbe bene spiegare a questi signori che un conto sono le favole, un altro è l’economia reale.

Fabio Fracchia

 


 

Prossimi eventi

 

08/08/2017 - Incontro Tecnico "Pesche precoci e intermedie - Le novità dalla sperimentazione varietale"
Presso Agrion - Centro Ricerche per la Frutticoltura dalle ore 14.30 - Via Falicetto, 24 - 12030 Manta (CN)
Fondazione per la ricerca, l’innovazione e lo sviluppo tecnologico dell’agricoltura piemontese.
 
04-08/09/2017 - Summer school su "Gli Agrumi tra ornamento e produzione"
Savona e Sanremo. Il corso intende approfondire alcuni aspetti peculiari del mondo degli agrumi e la loro importanza all’interno di Strategie di Sviluppo Locale. Partendo dalla biodiversità del gen. Citrus, si percorreranno gli utilizzi più interessanti nel campo florovivaistico, agroalimentare, cosmetico e farmaceutico,  prendendo  in  considerazione  i  principali  vincoli agronomici e normativi dei settori considerati, nonché le opportunità di valorizzazione degli scarti di lavorazione.
Iscrizioni, info e dettagli per i singoli moduli in cui il corso può essere suddiviso sono richiedibili contattando la segreteria del corso: contabilita@cersaa.it.

19-20/10/2017 - Corso di arboricoltura urbana per arboricoltori

La Federazione organizza per i giorni 19 e 20 ottobre 2017 un corso di arboricoltura urbana per i propri iscritti di Piemonte e Valle d'Aosta. Il corso illustrerà i principali aspetti legati alla fisiologia vegetale, alle tipologie e tecniche di potatura; inoltre una buona trattazione verrà fatta sui consolidamenti arborei.
Durata: 16 ore, di cui 8 di teoria in aula (primo giorno) e 8 in campo (secondo giorno).



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